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Comune di
Ronco Canavese

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La lingua

La Valle Soana appartiene all'area linguistica e culturale definita, nel 1873, "Francoprovenzale" dal glottologo Graziadio Isaia Ascoli.

II francoprovenzale è ancora parlato da tutti gli abitanti che lo definiscono con fierezza "parlar da nozaouti" e cioè "noi parliamo a modo nostro".

Questa lingua ha poca somiglianza con il dialetto piemontese della pianura: è parlata e compresa unicamente dai valligiani ed è stata esportata con l'emigrazione a Torino, a Milano, in Svizzera, in Francia ed in tutti i luoghi dove i valsoanesi si sono stabiliti per motivi di lavoro.

Una volta, quando gli uomini emigranti praticavano il mestiere dicalderaio ("ruga" nel dialetto) usavano tra di loro un particolare linguaggio detto "il gergo dei calderai".

Il costume

In Valle Soana le donne conservano gelosamente il costume che hanno ereditato dalle loro mamme o dalle loro nonne e lo indossano con orgoglio in occasione delle feste o durante qualche cerimonia.

Esso è un elemento importante del particolarismo della Valle e testimonia l'attaccamento della popolazione alle sue tradizioni ed alla sua cultura.

Il colore dominante è il nero: neri sono infatti la sottana conil corpetto (logonel) ela maglia (la mai). La camicia (la tchumizi) è invece bianca ed ha il colletto in pizzo.Lo scialle (panet) ed il grembiule (faudai) possono essere neri o colorati e sono finemente ricamati. Ai piedi si portano gliahcapinche sono calzature di stoffa confezionate a mano: hanno la suola fatta da tanti strati di stoffa trapuntati con filo di canapa e la tomaia in velluto nero con ricami di fiori.

Quando le donne si recavano dalle frazioni al capoluogo per il mercato del sabato e facevano la spesa per la settimana, non riponevano le provviste in uno zaino o in una borsa ma le sistemavano in un cesto chiamatofahtonche veniva coperto con un grembiule e si portava in testa fissandolo alla fronte per mezzo di una fascia in stoffa dettala pola. l "fahton" venivano utilizzati anche per il trasporto dell'erba e del letame ed erano costruiti intrecciando liste di castagno selvatico. Naturalmente quelli usati per "il mercato" erano più eleganti e meglio rifiniti.

Le tradizioni

Molte tradizioni rimangono vive a Ronco come in tutta la Valle Soana e lo si può notare in occasione delle feste patronali. II capoluogo ha la chiesa più grande, ma ogni borgata ha la sua cappella e il suo Santo da festeggiare.

Il giorno della festa due ragazze vestite nel costume tradizionale, dette lepriore, vanno in giro offrendo fiori e raccogliendo, in cambio, offerte per la chiesa.

Prima della processione, viene messa all'asta la statua del Santo: chi offre di più, avrà l'onore di portarla a spalle con i suoi parenti o amici. Segue poi l'asta di svariati oggetti (l'incant) che vengono offerti dai fedeli ed il ricavato servirà per i lavori necessari a mantenere in ordine la cappella.

Un'altra tradizione ancora molto sentita a Ronco è quella della "dona": dopo la recita del rosario in suffragio di un defunto, all'uscita dalla chiesa, si distribuisce a tutti i presenti la "dona" consistente in una focaccia di pane accompagnata da un pacco di riso o di sale e nessuno deve rifiutare questo dono.

La notte della festa di tutti i Santi, il primo novembre, prima di andare a letto, si prepara il tavolo per i morti: si lasciano loro delle castagne e della zuppa di pane e cavoli (supà de coi). I morti della famiglia, venendo a far visita alla casa, capiranno di essere ricordati.

Lo ruga e l'ahcapineri

Quella del ruga e dell'ahcapineri è una tradizione nata circa 40 anni fa in occasione del carnevale. 

Il ruga - lo stagnino - è colui che lavorava il rame, trasformandolo dal prodotto grezzo proveniente dalla fucina in paioli e altri utensili di uso quotidiano. L'ahcapineri invece è la donna che particolarmente nel passato cuciva il costume tradizionale e confezionava gliahcapin, le calzature tipiche di questa Valle.

Vestiti nel costume tradizionale, sono i personaggi chiamati ogni anno a rivestire quelle che sempre di più sono diventate figure importanti all'interno della comunità valsoanina; non sono maschere in quanto identificano veri e propri mestieri tradizionali e dunque "pezzi" di storia francoprovenzale della Valle Soana. Il loro ruolo negli anni è andato ben oltre il "Carlevà dla Val Soana": essi partecipano alle feste tradizionali e alle feste patronali di tutta la Valle, portando con loro allegria e mantenendo vive le tradizioni di questa valle.

Gli antichi mestieri

La vita in Valle è sempre stata dura e, le scarse risorse hanno spesso obbligato i montanari a cercare lavoro in pianura o all'estero, soprattutto in Francia ed in Svizzera. Chi partiva portava nel cuore la nostalgia del paese natio e vi tornava non appena possibile, ristrutturando la vecchia casa con i soldi guadagnati.

All'inizio il mestiere svolto era quello delcalderaio, poi, dalla seconda metà dell'ottocento, molti ronchesi scelsero il mestiere del vetraio itinerantevedriat: era un mestiere che non richiedeva grossi capitali d'impresa e fu certamente una scelta di libertà secondo il tradizionale spirito d'indipendenza che sempre ha caratterizzato la gente della valle.

I "vedriat" erano posatori di vetri e portavano sulle spalle la bertchi- pronuncia: berci - un attrezzo adatto al trasporto dei vetri e del mastice. Giravano per le strade lanciando il loro richiamo alla ricerca di clienti.

Giuseppe Perucca, della frazione Convento, è il primo vetraio di cui si abbia notizia certa: egli lavorava a Parigi nel 1869. Insieme ad altri quattro valsoanesi, lasciò il duro lavoro della galleria del Frejus per iniziare una nuova awentura nella capitale francese. Qui, nel 1906, i vetrai fondarono laSocietà di Mutuo Soccorso Val Soanae a Parigi risiede la più grande colonia di valsoanesi discendenti proprio da quegli antichi vetrai.

Il turista che oggi sale a Ronco, non può non notare le numerose automobili con targa francese che circolano in estate lungo le strade: sono gli emigranti che continuano a sentirsi, sempre e comunque, cittadini di questa piccola e splendida valle.